09
Febbraio
2015

Racconti delle lettrici

Racconti

Niente di meglio di una Winston Blu

di D.S.

Il suo sguardo si fece basso e un po’ triste. Dal basso del mio amore, con uno sguardo ampio, che sembrava un abbraccio consolatore, una coppa che si sarebbe riempita della sua colpa, gli alzai con due dita, il pollice e l’indice chiusi a mo di scrittura, il mento. Lo guardai, no non era né preoccupazione né compassione quella che avevo negli occhi, era pena, ma ancora nemmeno lo sapevo.

<Che cos’hai?>

<Niente> disse riabbassando gli occhi, mi evitava. Quanta gioia, era lui in difetto.

<Che ti succede?>

Sospirò, cominciò a giochicchiare con le unghie.

<E che da quello che scrivi sembra che tu mi ami più di me.>

Qualcuno dentro di me in quel momento deve aver riso, forse si è sbellicato. Quel coglione con gli occhi vacui che se ne stava sul mio letto a fissare la trapunta con aria colpevole e io stesa accanto a lui, piena di me più che mai, senza macchia e senza…colpa? vergogna?

E lo baciai. Leggero, delicato, ripresi la sua attenzione, con i nasi a due centimetri lo guardavo negli occhi, sicura, superiore, pietosa, materna, velata. Mi fissò negli occhi, mosse il mento impercettibilmente verso di me, voleva pena e fiducia, non voleva un bacio, affondai forte le labbra nelle sue, spinsi con la mandibola, inspirai forte dal naso e gli presi il viso. Mi staccai, con gli occhi gli diedi tutta la mia forza, non volevo scoparmi uno straccio, dovevo farcelo credere che stavamo almeno sulla stessa rampa di scale. Ma quanto amore in quei gesti! Infilai le mani sotto la sua schiena, lo abbracciavo mentre lo baciavo, lo stavo cullando, lo stavo tranquillizzando, lo capii perché quando arrivai a chiudere l’abbraccio dietro la sua schiena e ad intrecciare le mani per chiudere quella gabbia lui ebbe un erezione. La sentivo che spingeva calda sulla pancia, mi arrampicai un po’ più su, sospirò e mi guardo complice ed eccitato. Un’onda con la schiena, quel po’ di pressione che basta a fargli capire che non me ne fregava proprio un cazzo di quello che pensava lui di noi e dell’amore che provava per me, io scrivevo quelle cose, e gliele leggevo ma mica per fare la psicoanalisi alla nostra relazione, per lo meno non da lui, no non me ne fregava proprio un cazzo, ma bastava farglielo credere così me lo dava, illudevo il vigliacco che quella roba era puro sentimento quando invece era solo un purè di sudore, liquidi seminali, bava e qualcosa di ancora più viscido e scivoloso, il piacere, quello era puro veramente. Smisi di arrampicarmi e piuttosto cominciai una lenta discesa, mentre con le dita avevo arpionavo la magliettina leggera e cominciavo a tirargliela su, all’altezza dello sterno con le labbra arrivai sulla pelle, liscia, morbida, quanto amore. Gli lasciai la maglia alle ascelle e cominciai a scendere sui fianchi con la punta delle dita fredde, tirai fuori la lingua sull’ombelico, lo cerchia, con le mani insidiose come serpi sbottonai i jeans e tirai giù la cerniera, sia aperto il sipario. E mi ritrovai a tu per tu con il personaggio principale di tutta quella messa in scena, caldo, vene in fuori, gonfiava il petto, si sentiva grosso, si dava delle arie, mbé faceva certo la sua porca figura. Lo strozzai alla base, con delicatezza, e guardai l’espressione sognante di lui da dietro al suo pisello. Lui godeva già, io ridevo già. Che coglione! 

Deglutii, mi inumidii le labbra così potei scivolare bene sopra la cappella turgida, e la feci sparire almeno per metà, contrasse l’addome, espirò forzatamente, quello è il primo fottuto cenno di cedimento, ed è quasi meglio di quando te lo ficca, del primo attrito. Che volete? Per il resto qualche dettaglio su una lingua che smanaccia , su due dita che toccano con delicatezza i punti giusti, coordinazione, movimenti controllati, e basta che poi di tanto in tanto quando lo vuoi sferzare un po’ quasi all’apice del piacere lentamente ti fermi e lo guardi negli occhi, oh quanto amore in quegli occhi! Ci deve credere un po’ che ti fermi, deve capire che niente è gratis, cede quel po’, per amore non deve sembrare troppo lussurioso, ma quegl’occhi sono a metà tra un cane rabbioso che sbava ed un orfano abbandonato, le tue cazzo di mani su di lui sono catene. Lo tieni fottutamente, metaforicamente e praticamente per le palle.

Ora basta, non puoi sembrare troppo puttana, ridatti e concediti a lui, con affetto torna ad abbracciarlo, fatti baciare, nemmeno ci deve ripensare che gli stavi succhiando il cazzo fino ad un momento prima, ti fai immaginare come la moglie devota che ha preparato la cenetta dopo che è tornato stanco morto dal lavoro, perfetta, rossetto pallido, un velo di trucco, una ciocca fuori posto quel po’ che basta, ti asciughi le mani umide sul grembiule da cucina con il pizzo arricciato ai bordi, gli vai incontro, la sala è scura, la cucina è calda, e vi baciate accanto al divano.

È troppo rincoglionito, mi levo la maglia da sola, seduta sulle ginocchia sopra di lui, mentre si riprende non mi aspettavo certo che sbottonasse i jeans, era rimasto con le mani ancora a mezz’aria e la bocca semi-aperta e asciutta, lui deglutisce e gli si appiccicano le labbra, io mi levo i jeans, almeno che al resto ci pensasse lui. Mi appoggio su di lui, sento la pelle calda di piacere e poggio la testa sul petto, gli prendo le spalle, rido compiaciuta e guardo il muro, che spettacolo! Che coglione!

Mi  alza la testa con la spalla, mi bacia piano e stavolta senza tanti convenevoli sfila gli slip e m’incastra su di lui, veloce, troppo veloce, ti lascia troppo tempo dopo per immaginare il dilatarsi di quel lungo secondo che è stata la penetrazione, e i nervi lanciano una scossa dall’osso sacro alla nuca. Chiudo gli occhi, alzò la testa, espiro e gli afferro forte i fianchi, gli pizzico la carne. Mi rialzo e lo spingo in basso, forte con le anche, lentamente e forte, poi sempre più veloce e…sfuggente. Che schifo di rumore che fa la pelle quando sbatte, il rumore rovina sempre tutto, ci vorrebbe il silenzio assoluto, il fischio nelle orecchie del silenzio interrotto solo dal salire dei suoi respiri, e in ginocchio su di lui con la mano sul suo petto lo spingo contro il materasso, scordatelo che ti lascio avvicinare, adesso il tuo amore puoi ficcartelo nel culo, ti sparerei in fronte solo con lo sguardo in questo momento. E intanto i respiri veloci diventano un affanno, e ti aggrappi a me, ti aggrappi a quelle anche secche, mi spingi a te, mi avvicini, hai le chiappe in mano, e cerchi sempre più pressione, più forza, ci sprofonderesti in quel letto.  Ti incollo al cuscino, solo con gli occhi, non è perché hai un cazzo che solo tu puoi penetrare la gente. Se solo potessi vederla quella lama che ti faccio passare nel cervello da parte a parte. Tanto non mi riesci a vedere, stai ad occhi chiusi, il mento in alto, la bocca piegata in una smorfia di piacere, gli addominali spuntano forti, sei partito per la tangente, sei pronto ad esplodere. Tiri giù il collo, spalanchi la bocca per prendere aria, come se riemergessi da un tuffo troppo profondo, sgrani gli occhi, e li sulla superficie si vede che ti sei perso, che ti sei immerso, che stai godendo, ma lì nel profondo di quegl’occhi spalancati la vedo la paura di quello che sta per prendere un bel gancio sul naso. Una scopata è identica a quando ti danno un cazzotto sul naso, identica: capisci la traiettoria senza poterti più spostare ormai, l’impatto, la pressione che si irradia agli zigomi, com’è fastidioso! E poi il formicolio quando ci sei quasi, e quello strano odore di sangue e quando sta tutto per finire è come quando la tua mente già sente il gusto ferroso del sangue in bocca. Un falso allarme, non muore nessuno.

Impassibile, immobile, non faccio una piega, lo sento rilassarsi sotto le mie gambe, riprendi fiato, sei nato, impara di nuovo a respirare. Mi levo il ghigno dalla faccia, mi butto su di lui e mi faccio abbracciare, appoggio la testa sul suo petto, rido compiaciuta e guardo il muro, che spettacolo!

Io non mi fottevo lui, lo fottevo, mi scopavo la sua totale incapacità di movimento, il vuoto dei suoi pensieri, il balbettare davanti ad un paesaggio meraviglioso, mi iniettavo in vena le sue pulsazioni, i suoi muscoli contratti, i suoi nervi saldi e i tendini che poi si scioglievano, il caldo che gli camminava sotto la pelle. E giocare con le sue sensazioni era come sbatterselo, l’altalenare di quelle sensazioni era come quando spingi e rispingi con i fianchi, è esattamente lo stesso, e lo puoi fare all’infinito.

Mi alzai tranquilla e lo bacia, con dolcezza e con il sorriso. Mi rimisi le mutande e mi accesi una Winston blu, quasi meglio di una scopata, la prima e la seconda boccata sono sangue fresco nelle vene, sono ossigeno.

 

 

Gocce di piacere

 

di Psicolia


Finalmente sola…

Quando rimango sola in casa, la testa si riempie di assurde fantasie che si traducono con una certa voglia di coccolarmi, di pensare solo a me stessa ed al benessere del mio corpo. In questi casi organizzo “la postazione”: preparo una sigaretta da poggiare sul comodino insieme al mio complice specchio, posiziono il fidato scaldino in maniera tattica, accendo il pc e faccio partire la musica.

Terminata la fase preparatoria, posso considerarmi pronta a fantasticare.

Mi accomodo sul letto pensierosa e, senza nemmeno accorgermene, sto già toccando il seno: delicatamente, avendo cura di scoprirlo poco alla volta mentre, leccandomi istintivamente le dita, giochicchio col capezzolo destro, stringendolo con forza in una morsa delicata ma decisa.

Adoro il continuo oscillare tra un tocco delicato ed una presa più vigorosa.

Istintiva, la mano libera si è già preoccupata di raggiungere il calore del basso ventre: come guidata da una volontà tutta sua, avanza, insinuandosi tra le mutandine e la pelle nuda.

Si blocca prima della meta. Torna indietro come un ragioniere che ha dimenticato le chiavi di casa.  Corre rapida attraverso il passo delle mie montagnette rosa e arriva alle labbra: inumidisco i polpastrelli per darle modo di tornare alla zona calda. Arrivata nuovamente a destinazione, le mie dita si addentrano, fino a superare la collinetta pubica, alla ricerca della sporgenza clitoridea, come si trattasse di una mappa da seguire a memoria: eureka!

Mentre mi guardo allo specchio, osservo laida lo strofinio delicato delle mie dita sul grillettino rosa,  dall’alto verso il basso, pregustando già da adesso quella sensazione, al momento, ancora quasi inesistente.

In prossimità del tocco ritrovo già le piccole labbra: mi sfugge un sorriso nell’accorgermi che i leggeri movimenti di prima hanno avuto un qualche effetto positivo, trasformando quella collinetta in una palude ben irrorata, più umida che mai.

Ed è adesso che inizia il bello, perché a questo punto non avrò più bisogno di saliva: basterà un movimento continuo e più profondo a tenere alta la mia eccitazione, seguendo quell’onda di piacere, dall’alto al basso.

Le mie dita scorrono con decisione, adattandosi ai desideri e alle sensazioni del corpo, agognando il punto centrale di massimo piacere, ancora poco percepibile, del quale sono alla ricerca.

Ogni movimento genera a piccoli e continui sussulti, vibrazioni di piacere che mi spingono ancor di più a mantenere velocità e ritmo, come si trattasse di uno strumento musicale.

Inizia un gioco di attriti e sfregamenti che persuadono il mio corpo a cambiare ritmo, a contorcersi, come costretto da una forza piacevole ed invisibile a seguire le vibrazioni di ogni muscolo; è il piacere oramai a guidare con determinazione la mia mano, portandola a rincorrere, di volta in volta, il suo punto focale, all’affannosa ricerca della sensazione.

I fremiti, le vibrazioni e i sussulti aumentano vorticosamente, così come l’enfasi della mia mano:  tutto tende a lei, la sensazione sfuggente. Sembra quasi inafferrabile, sguscia senza farsi subito raggiungere.

Ma ecco che pare abbia deciso di esserci, di farsi sentire, più esplosiva che mai, o forse mi sbaglio. No invece, ECCOLA!

Questi brevi pensieri si susseguono, proprio come i miei sussulti, mentre sento il viso che si accalda, il respiro che mi accompagna è più rapido e profondo, e nel completo isolamento della mia stanza, piovono gocce di piacere.

 

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